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Inserito 19/12/2005 22.19.34


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FONTE: www.lagazzettadelmezzogiorno.it

La Grande Europa non si costruisce con accordi striminziti come quello raggiunto in extremis a Bruxelles, sulle dotazioni di bilancio che dovranno finanziare le politiche comunitarie fino al 2013. E neppure con i compromessi che si cerca disperatamente di intrecciare ad Hong Kong, dov'è praticamente fallita la Conferenza ministeriale dell'Organizzazione Mondiale del Commercio, anche sotto la spinta dirompente dei «no-global». Curioso è che, vista dall'Estremo Oriente, l'Ue appaia una sorta di monolite arroccato nella difesa dei propri interessi corporativi complessivi, mentre quella compattezza si sfalda man mano che ci si avvicina al cuore dell'Unione e scompare quasi del tutto nel momento della difesa della buona causa delle regioni ancora in ritardo. Poi si constata che, anche da lontano, il monolite mette in mostra qualche crepa, proprio là dove dovrebbe «tenere» di più; e che quelle crepe ricompaiono anche all'interno della costruzione europea e, guarda caso, minacciano soprattutto il futuro del Mezzogiorno. Sul fronte internazionale, i riflessi della globalizzazione operano essenzialmente nel confronto fra ricchi e poveri, che può trovare forme di appianamento solo se i Paesi ricchi aprono qualche spiraglio all'import dai Paesi poveri. Ma cosa può venire dai Paesi poveri che non esista già in mercati come quello italiano, tuttora largamente orientato verso lavorazioni «povere»? Significativo è quel che sta accadendo nel settore del tessile, dell'abbigliamento e delle confezioni (il TAC), sommerso da produzioni estere che hanno mandato largamente in crisi l'impalcatura produttiva di molti territori meridionali, a cominciare dalla Puglia. Dai Paesi poveri possono giungere anche prodotti agricoli, per molti versi ancor più concorrenziali dei nostri. Ed è dunque logico e naturale che le grandi potenze occidentali si orientino verso quelle importazioni, senza preoccuparsi eccessivamente dei danni che ne potrebbero derivare alle economie di Paesi come il nostro. Dovrebbe a questo punto scattare in sede comunitaria qualche meccanismo che mettesse le regioni a rischio di «concorrenza da globalizzazione» in grado di sostenerla. Come? E' presto detto: incentivando la crescita qualitativa del loro sviluppo, in modo da differenziare gli scenari produttivi rispetto a quelli dei Paesi poveri del resto del mondo. Riuscirà l'Ue in questo intento con i modestissimi incrementi di spesa approvati sabato a Bruxelles? Assolutamente no. E se poi ci mettiamo anche i tagli della Finanziaria, tessuta e disfatta più di una tela di Penelope fino a ieri mattina, la prospettiva non è affatto rosea. Ancora una volta, la classe politica meridionale ha largamente trascurato il proprio ruolo di interprete parlamentare delle esigenze dei territori di provenienza, visto che del Mezzogiorno hanno parlato pochi parlamentari di sinistra (con critiche non ascoltate) e pochissimi di destra, assai più preoccupati di non mettere in crisi i delicati equilibri della maggioranza. Una via d'uscita c'è, ed è quella di mettere a frutto i ridotti incentivi tradizionali eliminando ogni spreco possibile in due sensi: nel senso di spendere assai più oculatamente i finanziamenti ma anche nel senso di puntare ad un progressivo elevamento del livello di qualità produttiva e ad una sempre più accentuata diversificazione rispetto all'offerta che viene soprattutto dall'est asiatico. I prodotti tradizionali del nostro panorama merceologico meridionale hanno ancor più bisogno di una forte iniziativa di marketing che ne affermi i pregi specifici ma hanno contemporaneamente bisogno di essere riconosciuti come autentici. Le contraffazioni sono tantissime ed i consumatori non sono allenati a riconoscerle, specialmente quando interviene anche l'allettamento di un prezzo più basso. Valga per tutti il caso dell'olio extravergine pugliese. Ho visitato recentemente a Parma la sede della «Academia Barilla» che, a dispetto di tanto nome, promuove l'esportazione di prodotti agroalimentari di qualità, diversi dalla pasta, fra i quali anche alcuni oli extravergine pugliesi. L'Unaprol si propone di fare altrettanto e ne ha la forza, considerando la dimensione dell'offerta. Auguri ad entrambi questi organismi, che si muovono certamente su livelli diversi ma possono ottenere lo stesso risultato: quello di diversificare il «made in Sud» da altre provenienze meno qualitative. Si potrà operare allo stesso modo in altri settori, dal TAC al mobile? Forse meno, visto che una camicia di buon cotone è anche quella che viene dalla Cina e costa dieci volte (o venti?) meno

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