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FONTE: www.corriere.it
Capitale mondiale del settore? Non più: Parigi sta tornando la numero uno. E detta le regole. Boselli: è drammaticamente vero, perdiamo terreno
P robabilmente sarà solo un caso. Ma l’aria intorno alla moda italiana, e al suo centro per eccellenza, Milano, sembra cambiare. Come se questo fosse il momento della massima maturità; e domani? Diversi elementi sembrano entrare in gioco. Il rapporto con Parigi, per esempio. E, più in generale, lo stato dell’industria italiana, e in particolare quella del Made in Italy che dell’Italia è stata fino a oggi il motore. A chi s’interessa di queste cose, Parigi sembra essere oggi più effervescente di Milano. Francese è la proprietà dei due grandi del lusso, Lvmh e Gucci, che a loro volta controllano - soprattutto Lvmh - diversi marchi nel mondo, tra cui l’italiano Fendi. E se è vero che molti manager italiani sono andati a occupare poltrone di assoluto rilievo in gruppi internazionali, è anche vero che questo porta uno scambio di conoscenze importanti. Hanno, poi, colpito anche le dichiarazioni di Bruno Saelzer, amministratore delegato di Hugo Boss, sull’errore di aver fatto Boss Donna a Milano, linea che si era voluta a tutti i costi made in Italy. Ma anche l’andamento della partita sulle sfilate-donna di settembre, conclusa con la decisione di Milano di rinunciare a un giorno a patto che lo facciano anche inglesi e americani, ma non i francesi. Negli ultimi mesi più d’un imprenditore è andato sul discorso Parigi. Tonino Perna, presidente e azionista di It holding (tra gli altri marchi, Ferrè), ha segnalato il progressivo spostamento delle aziende francesi sul prêt-à-porter, terreno italiano. Diego Della Valle, presidente e azionista di Tod’s, peraltro in rapporti consolidati con Lvmh, ha sottolineato esplicitamente che «se il know how produttivo della qualità oggi è senza alcun dubbio in Italia, lo stile e la proprietà dei brand, esclusi pochi, iniziano a spostarsi». A favore della Francia: «Cosa succederebbe se domani decidessero di sfilare solo a Parigi e non più a Milano?». «Viviamo di cicli storici - dice l’amministratore delegato di una grande griffe -. Non c’è dubbio che gli anni ’80 e ’90 siano stati gli anni d’oro del made in Italy, ma oggi la situazione sta cambiando».
Nella partita giocata con le acquisizioni degli ultimi anni c’è stata quella che Andrea Ciccoli, vice presidente di Bain & Company, definisce «un’opportunità non colta». E ricorda che nella gestione del gruppo, e non tanto nella sua creazione, le società italiane (da Finpart ad Hdp, allo stesso Prada) hanno ottenuto risultati inferiori a quelli realizzati da concorrenti come Richemont, Lvmh o Gucci. Cosa che si scontra oggi con il fatto che se «il lusso come logica è tanto italiano quanto francese, per il fashion è diverso: come modo di lavorare è partito italiano e i francesi stanno cercando di portarselo a casa». E così se oggi «il centro operativo del lusso resta in Italia, e anzi ci siamo rafforzati», non per questo bisogna abbassare la guardia, visto che «nel tessile e nell’abbigliamento medio c’è già una perdita di competitività drammatica». Basta pensare al distretto della seta comasco, messo in crisi dai cinesi.
Su questo confronto con la Francia Vittorio Giulini, presidente di Sistema moda Italia, l’associazione dell’industria del tessile-abbigliamento, non è per nulla d’accordo. «Calvin Klein ha appena detto che sta eliminando le licenze perché vuol controllare la produzione, cos’altro è se non il modello italiano? Vince la filiera, e se ci sono aziende di filiera che non hanno buoni risultati è perché hanno sottovalutato i mezzi necessari per arrivare alla filiera e oggi hanno un indebitamento altissimo. Quanto alla Francia, noi abbiamo un surplus di 14 miliardi di euro, mentre il sistema industriale francese si sta sgretolando; che poi Lvmh, o Hermés, o Chanel siano leader, ma sono pieni di aziende che chiudono».
«Il problema non è la Francia - dice Mario Boselli, presidente della Camera nazionale della moda - ma il fatto che siamo inondati da prodotti meno validi, meno belli e meno affidabili, ma che costano meno. Che in Italia ci sia una perdita di competitività è drammaticamente vero. Il sistema tessile abbigliamento moda europeo - e quello italiano, che è il più rilevante nell’Europa comunitaria e dell’Ovest, in particolare - è sottoposto a una pressione concorrenziale e competitiva senza precedenti», sostiene Boselli. Persa la fascia bassa, oggi i problemi riguardano la fascia intermedia «che è messa in discussione dalle produzioni sempre più competitive, di provenienza extracomunitaria e di qualità sempre più accettabile, da parte del consumatore occidentale». Ma per il presidente della Camera della moda la fascia intermedia non si può abbandonare: «Per mantenere in vita un sistema complesso come il nostro bisogna garantirne la completezza - dice Boselli - presidiando anche le produzioni di livello medio». In caso contrario? «Non presidiare, non difendere, non tutelare le produzioni medie sarebbe un grave errore di strategia che a lungo andare si rivelerebbe di grande nocumento per l’intero sistema e per il settore del lusso».
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