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FONTE: ilsole24ore
Il rallentamento delle esportazioni italiane, già evidente nel terzo trimestre del 2001, ha dovuto fare i conti nell'ultima parte dello scorso anno con i contraccolpi negativi dell'emergenza terrorismo, che hanno messo ulteriormente in difficoltà le nostre vendite all'estero, anche senza determinare una situazione di crisi diffusa. Nella media dell'anno l'export è, tuttavia, aumentato nei valori reali a un ritmo leggermente superiore a quello stimato per il commercio mondiale (1% circa a fronte di una crescita nulla), ma la sua dinamica è apparsa in sensibile frenata.
Per il made in Italy si è registrato, in particolare, un certo recupero delle quote di mercato nei paesi extraeuropei, favorito anche dall'indebolimento dell'euro nei mesi centrali del 2001, che ha consentito guadagni di competitività per i prodotti nazionali agendo sul fattore prezzo.
Ma un ruolo non secondario lo ha avuto la stessa struttura delle esportazioni italiane, basata su prodotti tradizionali a tecnologia matura (sistema moda, arredamento e casa, meccanica). Essi hanno retto meglio, infatti, al ripiegamento della domanda mondiale, legato soprattutto ai beni d'investimento e concentrato nei settori ad alta tecnologia, dove l'Italia continua ad avere un peso abbastanza marginale.
Quello che è ritenuto il principale elemento di debolezza del nostro sistema produttivo sembra avere, dunque, agito da paracadute in una congiuntura internazionale chiaramente avviata a una svolta recessiva. Nel periodo 1996-2000 l'Italia ha continuato a perdere quote nel commercio mondiale, non solo come conseguenza dell'imponente avanzata su tutti i mercati della Cina e degli altri paesi asiatici emergenti.
A questo progressivo declino ha contribuito anche una strategia di investimenti e di innovazione non certo adeguata a settori e prodotti in rapida crescita nella domanda mondiale, quali le tecnologie dell'informazione e della comunicazione e l'elettronica in generale. Alla mutata struttura della domanda internazionale continuano a contrapporsi, in altre parole, inadeguate caratteristiche dell'offerta made in Italy.
Germania e Francia in retromarcia
La composizione settoriale e la geografia del commercio estero italiano nel corso del 2001 e nel primo trimestre 2002 hanno essenzialmente risentito, da un lato, del recupero nelle ragioni di scambio, grazie al riassorbimento dello shock petrolifero; e dall'altro, dal progressivo propagarsi della brusca frenata dell'economia Usa. Di qui uno scenario in cui diventa molto difficile fare previsioni a breve termine, senza il rischio di doverle continuamente ribaltare.
Il saldo commerciale è, comunque, migliorato in misura significativa rispetto allo stesso periodo del 2000 e 2001, ma non nei confronti dei paesi dell'Unione europea - verso i quali non si è ancora riportato in equilibrio - quanto soprattutto nelle altre principali aree geografiche (Nord America, Asia, Europa orientale).
Tra i paesi europei i maggiori problemi per l'interscambio italiano si registrano con la Germania, il nostro primo mercato di sbocco (quasi il 15% delle vendite estere totali). Il tradizionale robusto attivo nell'import-export italo-tedesco dello scorso decennio è, infatti, diventato negativo negli ultimi due anni: la frenata dei consumi interni e la crescente concorrenza dei paesi emergenti su quel mercato hanno sensibilmente ridotto la domanda di prodotti italiani; i nostri acquisti, per contro, hanno continuato a mostrare una dinamica sostenuta (in particolare autoveicoli e macchinari). I dati più recenti, poi, indicano un ulteriore peggioramento del saldo commerciale.
Anche la Francia, nostro secondo mercato di sbocco (oltre il 12% del totale), ha messo in evidenza negli ultimi mesi una marcata contrazione. Tutto ciò ha avuto come effetto la più debole dinamica dell'export complessivo dopo la crisi del 1998-99.
A livello di grandi settori l'energia - idrocarburi, altri combustibili fossili, elettricità - ha continuato a presentare un deficit molto elevato, pari a circa 28 miliardi di euro (54mila miliardi di lire), nei dodici mesi del 2001, in linea con quello registrato nell'intero 2000, pari a 29 miliardi di euro.
Tra i settori in attivo, il tessile-abbigliamento e le macchine e apparecchi meccanici hanno mostrato i maggiori surplus, che si confermano in miglioramento. La destinazione economica degli scambi commerciali mette in evidenza, infine, un rallentamento delle esportazioni di beni intermedi e una sostanziale tenuta di quelli finali. Dal lato delle importazioni si registra, invece, una forte flessione per i beni di investimento e quelli intermedi, effetto del diffuso ristagno della domanda e dell'attività produttiva.
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