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FONTE: corriere.it
Nicola Campanile ha 64 anni e la pensa all'antica: per esempio, nella sua azienda di calzature da uomo di Arzano, provincia di Napoli, marchi Campanile e Brian Cress, caso del made in Italy più stretto per manifattura e stile, non ha voluto la figlia femmina, Roberta, 35 anni. I due maschi sì, Cristiano e Gigi, 34 e 38 anni, lavorano con lui, e con lui - amministratore unico - controllano al 100% la centenaria società, dopo l'uscita dall'azionariato dei suoi fratelli Mariano (nell'80) e Luciano (nel '93). «Bisogna essere concreti e discreti», è il suo pensiero. Così Campanile non dirà mai che fa le scarpe per il Papa. E nemmeno acconsentirà a tesi generali come queste: l'industria meridionale è uscita dalla crisi, la ripresa post-11 settembre è vicina. «Siamo convinti che le crisi non vadano negate ma servano ad aguzzare l'ingegno: perciò noi stiamo rivedendo costi e produttività, e migliorando il prodotto», dice. E ancora: «Non è molto facile emergere, nell'Italia meridionale. Adoro Napoli ma è una guerra continua: l'assenteismo, i costi, gli ostacoli. Si riesce soltanto se ci si accanisce». Eppure la Fratelli Campanile, 140 persone, 210 mila paia di scarpe l'anno, franchising a Città del Messico e la volontà di espandere quel 25% di produzione destinato finora all'estero, è l'esempio di come l'imprenditoria italiana possa trovare al Sud le sue punte. Produzione di nicchia e qualità, 20 milioni di euro di fatturato consolidato al dicembre 2001 (» 20% sul 2000), appare in controtendenza rispetto a un mercato delle calzature che, a causa della chiusura degli Usa, ha perso quote. In più investe: per trasferirsi in un nuovo stabilimento da 5.000 metri quadrati coperti l'anno prossimo, oltre che per il nuovo punto vendita romano appena aperto in via Cola di Rienzo, ha appena stanziato 7,5 milioni di euro, sostiene Campanile. E dà al governo il suo suggerimento: «Riduca il costo del lavoro, renda le aziende più flessibili e intervenga sulla sicurezza. Noi non abbiamo guai con la malavita ma sappiamo che resta un problema. E' lo Stato che deve farsene carico. Non il cittadino-eroe».
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