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FONTE: larepubblica.it
Come vanno le cose nel nostro settore? Ci sono delle differenze fra chi fa moda e chi fa lusso, ma grosso modo possiamo dire che rispetto all’anno scorso c’è stato un calo delle vendite intorno al 25 per cento». Diego Della Valle, uno dei più noti esponenti del made in Italy, non usa toni diplomatici: «E penso che non ci saranno miglioramenti sostanziali da qui a fine anno. Ormai siamo in estate. Poi a settembre cominceranno tutte le rievocazioni dell’attentato alle Twin Towers, e non credo che ci sarà un clima tale da spingere la gente nei negozi a comprare roba di lusso o anche soltanto di moda. La gente avrà più voglia di stare in casa, con i propri cari, a riflettere o per non pensare a niente».
Insomma, questa lunga crisi del settore è figlia dell’11 settembre. C’entra Bin Laden anche qui …
«Ma no. Io credo che molti abbiamo preso gli eventi dell’11 settembre come scusa per una crisi che covava sotto la cenere già da qualche anno».
Che tipo di crisi?
«In realtà siamo in presenza una specie di mix di crisi, una sorta di macedonia delle difficoltà».
Ad esempio?
«Una prima crisi riguarda quelli che in questi anni, pensando che il mondo fosse diventato il Paradiso, hanno continuato a investire, si sono allargati, hanno comprato brand su brand, senza tenere sotto controllo i costi e i ricavi. Questi, anche se magari non lo sapevano, erano già nei guai prima dell’11 settembre. L’attacco alle Twin Towers e la crisi di mercato che ne è seguita ha solo avuto l’effetto di accelerare un po’ la crisi di aziende in realtà mal gestite e che avevano fatto male i conti, che probabilmente avevano puntato su una crescita fortissima e perenne, capace di cancellare e riassorbire ogni sorta di errore. Il fatto che ci sia stato questo brusco arresto, le ha messe di colpo davanti alla realtà, alle proprie difficoltà. Ma la resa dei conti sarebbe arrivata comunque, anche se qualche stagione più tardi».
Un altro elemento di questa crisi?
«E’ il rapporto fra il prezzo di quello che vendi e quello che vendi. Alcuni si erano convinti che, una volta posseduto un brand, un marchio famoso, poi dietro quel marchio si poteva vendere qualsiasi cosa. Non importa che fosse di plastica o di legno, o magari malamente rifinito. Sopra c’era il mitico marchio e tutto si poteva vendere. Ci sono stati, insomma, degli abusi. Vede, il problema non è pagare una scarpa o una borsetta una cifra che può sembrare esagerata. Il problema è vedere se quella scarpa e quella borsetta sono state fatte come si deve, con i materiali migliori, e se hanno tutte le caratteristiche per diventare dei classici. Se lei compra un Rolex non si meraviglia di pagarlo tanto: è sempre un Rolex. Lo stesso si può dire per certe cose di Hermes. Sa che dietro c’è una tradizione, uno stile, un nome che è fatto di contenuti. Invece, quando la moda correva come un purosangue, molti si sono convinti di essere già dei Rolex o degli Hermes. Ma non era vero. E adesso cominciano a accorgersene, e danno la colpa all’11 settembre. In realtà, bisognava capire che si stava esagerando e che la gente, quando spende, in cambio vuole qualcosa che non sia solo la moda di una stagione, magari anche mal fatta».
Lei pensa che il mercato da qui a fine anno si riprenderà?
«No. Penso che resteremo piatti. Di ripresa vera si parlerà più avanti. Anche se ritengo che ci vorrà molto per tornare ai livelli di una volta. E, comunque, il mercato, come qualità, non sarà più quello di una volta. Nel senso che la gente adesso dà più peso ai propri soldi e alle proprie scelte e quindi vuole roba migliore. Il brand, che è importantissimo, non basta più da solo per vendere. Dentro il brand ci vuole qualcosa, ci vuole la qualità, l’abilità artigiana, il gusto, la scelta dei materiali».
Ma, se le cose stanno così, pensa che lasceremo per strada alcuni protagonisti, anche fra i più noti magari, del mondo della moda e del lusso?
«Penso proprio di sì. La mappa di quelli che ritroveremo "dall’altra parte", dopo la crisi, è già stata fatta e le banche d’affari la conoscono benissimo. Questa è la prima grande crisi del settore e non passerà senza morti e feriti. Morti e feriti che, peraltro, abbiamo già visto. Negli anni passati, e senza Twin Towers, molti hanno venduto e hanno passato la mano».
I caduti saranno molti?
«Dipende. Io penso che il 60 per cento di quelli che oggi sono sul mercato riuscirà a transitare dall’altra parte. Il 40 per cento, invece, andrà incontro a momenti molto difficili».
Dentro questo 60 per cento "che ce la farà" ci saranno delle differenze?
«Il 10 per cento di questi dopo la crisi sarà in crescita e ancora più forte di prima. Il 20 per cento ne uscirà, ma con le ossa rotte e quindi dovrà trovarsi nuovi soci o nuovi finanziatori. Il resto si barcamenerà".
Può fare qualche nome?
«Sicuramente non andranno in crisi Gucci, Marmotti, Armani, Bulgari, Dolce e Gabbana, Zegna, Loro Piana. Questa è tutta gente che fa cose vere, con contenuti, e quindi andrà avanti. Inoltre, alle spalle di questi brand ci sono aziende vere, ben gestite, solide, con una visione strategica corretta".
La Borsa e la moda, come stanno esattamente le cose?
«Anche qui notiamo atteggiamenti non molto professionali. In Borsa ci si può andare, naturalmente. Io stesso ho quotato la mia azienda e molte aziende del settore stanno sui listini. Però, bisogna sempre tener presente che quando porti un’azienda in Borsa devi far fare un affare anche agli altri, anche a quelli che ti danno i soldi. Se tu tenti di andare in Borsa solo per farti pagare dal mercato i tuoi debiti, allora non hai capito niente di come funziona il mercato. Il mercato, soprattutto adesso, ti rifiuterà, ti costringerà a fare dei passi indietro. Un conto, insomma, è se tu vai in Borsa perché hai una strategia di crescita e ti servono nuovi capitali per andare avanti, un altro conto è se invece hai solo montagne di debiti e vai in Borsa per alleggerirti un po’, per scaricare sulla schiena e sui portafogli degli altri i tuoi errori».
Quindi campane a morto per il made in Italy?
«No. Assolutamente. Anzi, io sono convinto che ci affermeremo sempre di più come il paese che "fa le cose belle". Siamo noi che abbiamo il gusto, gli artigiani, la capacità di fare. E queste non sono cose che si improvvisano, vengono da lontano. Su questo terreno siamo e saremo fortissimi. Io non alcun dubbio. Il made in Italy è italiano e solo italiano. La proprietà, magari, può anche essere straniera, ma le radici, il gusto, la capacità di fare, le aziendine artigiane, quelle sono roba che abbiamo solo noi |