Dopo lo sboom della new economy, in tutto il mondo la notte ...
FONTE: corriere.it
Dopo lo sboom della new economy, in tutto il mondo la notte delle Borse sta facendo scricchiolare anche l'industria tradizionale. Da Washington a Berlino, ormai l'ondata di crisi non risparmia alcun settore. Ma il caso Italia merita un ragionamento a parte: in quella grande industria che oggi all’estero vacilla, infatti, noi abbiamo fatto solo un timido ingresso e oggi sembriamo diretti verso l’uscita. «Al massimo - dice Fabrizio Onida, docente di Economia internazionale alla Bocconi ed ex-presidente dell’Ice - resteremo a fare le comparse, ma senza entrare nelle stanze dei bottoni». Perché? Le risposte su cui convergono i pareri degli economisti sono tre: il capitalismo italiano ha preferito il controllo alla contendibilità propria del sistema anglosassone; ha puntato sul mercato nazionale invece di competere a livello globale; e ha mancato la grande sfida della rivoluzione tecnologica. «Basta scorrere la classifica di Mediobanca delle principali società italiane - commenta Patrizio Bianchi, preside di Economia a Ferrara e consigliere di Romano Prodi - per rendersi conto che negli ultimi cinquant’anni sono rimaste le stesse. Questo dipende dal fatto che la grande industria è sempre stata in mano pubblica o familiare: in entrambi i casi non scalabile. E’ quindi venuto meno quel "market for corporate control", che è alla base di ogni modello capitalistico efficiente». Le conseguenze di questa scarsa fluidità proprietaria sono sotto gli occhi di tutti: anche dopo le privatizzazioni, resta molto ristretto il gruppo di imprese italiane di dimensioni sufficienti a partecipare da protagoniste ai processi di consolidamento che si stanno realizzando a livello europeo e mondiale.
Infatti competere globalmente, in settori non solo capital intensive ma che necessitano anche di grandi investimenti per gestire vaste reti di assistenza, richiede dimensioni notevoli, al di sotto delle quali si opera solo in nicchie, anche ad alta redditività, ma non in posizione di leader industriali.
«Purtroppo - si rammarica Bianchi - l’Italia ha fallito anche il processo di articolazione avviato con le privatizzazioni, che sarebbe potuto servire a moltiplicare i gruppi e invece semmai li ha ridotti. Abbiamo sottovalutato ad esempio la chiusura dell’Iri, in cui era concentrata larga parte del potenziale tecnologico del Paese. E con gli ultimi sviluppi, da Montedison a Telecom, si sta addirittura facendo qualche passo indietro, con aziende che da public company ritornano alla struttura proprietaria familiare». A ben vedere, l’unica vera multinazionale di successo scaturita dalle privatizzazioni italiane è la StM di Pasquale Pistorio (originata dalla Stet, oggi avviata ad acquisire la Motorola Semiconductor e a diventare il numero due), oggi numero tre nel suo settore a livello mondiale. Gli altri pezzi si sono persi per strada.
«Teniamo duro - commenta Onida - solo nella siderurgia (peraltro ampiamente protetta dall’Europa), con Riva, Lucchini e Techint. La termomeccanica, con Ansaldo, è stata gravemente penalizzata dalla dipendenza dalle tecnologie importate dall’estero. Italtel ha fallito la fusione con Telettra e non è più in mano italiana (è della francese Alcatel, ndr) , così come non lo è più Selenia. E comunque sono tutte aziende cresciute in un’ottica esclusivamente domestica, senza mai farsi spazio sul mercato internazionale».
Anche nell’industria privata (per quanto potesse chiamarsi tale data la sua dipendenza da sussidi pubblici) non è andata meglio: «Montedison, che poteva rivaleggiare con Rhone-Poulenc e Basf, si è sfaldata; Olivetti, malgrado la buona visione strategica, ha venduto la divisione computer agli americani e quando ha tentato il rientro era già troppo tardi; Pirelli è una multinazionale affermata ma tiene un piede in due scarpe (gomma e cavi), una strategia che non coincide con quella di una grande public company; e sulla Fiat non servono commenti, la rinuncia a crescere nei mercati ricchi a favore dei mercati poveri è sempre l’anticamera dell’emarginazione. Una tipica storia di distruzione progressiva di valore…».
La resistenza dell’industria italiana a muoversi verso settori a più alto contenuto tecnologico, nei quali restano significative barriere d’entrata legate alla ricerca, fa sì che le esportazioni italiane in questo campo siano rimaste bloccate al livello di dieci anni fa, un livello molto inferiore a quello dei nostri diretti concorrenti. In tutti i settori nuovi, dall’informatica alla farmaceutica, passando per l’agroalimentare avanzato (vedi il grafico) , siamo fuori mercato. E anche nei settori dove il made in Italy va forte, come quello meccanico, il tessile o le calzature, non sono mai grandi player a tenere banco a livello globale.
«Non è più la grande industria, ma sono i distretti manifatturieri ad alimentare l’export italiano - conferma Enzo Rullani, docente a Ca’ Foscari e guru del capitalismo post-fordista italiano -. I distretti, con la loro formidabile capacità di crescere usando pochi capitali e mettendo le risorse in comune (vedi a pagina 5) , hanno raccolto la sfida della globalizzazione che la grande industria italiana si è lasciata sfuggire: in molti settori sono leader anche mondiali». Il segreto dei distretti («Non solo nel Nordest - precisa Rullani - ma in tutta la penisola») è la dinamica sociale che innescano, con l’imprenditorialità diffusa e la capacità di lavorare in rete tipica di un modello che ormai esportiamo anche all’estero.
Ma anche nei distretti, dopo molti anni di boom, si accusano le prime battute d’arresto: «Il sistema funziona - spiega Rullani - ma lo sviluppo è sempre più in salita. Se vogliamo arrivare a qualche pianura dobbiamo andare oltre il collo di bottiglia della tecnologia e della ricerca, altrimenti si rischia d’incastrarsi in una situazione a redditività decrescente» (vedi l’intervento di Renato Ugo a pagina 2) . In sostanza, anche qui il problema sono i settori: per ora lo sviluppo si è limitato a quelli tradizionali, che non pongono barriere d’ingresso e non necessitano di grandi investimenti, ma non ci si può basare sempre sugli stessi prodotti, soprattutto se la carenza di manodopera spinge verso una crescita intensiva e non estensiva. «Abbiamo creato la moda - conclude Rullani - ma ora ci sono i cinesi e i romeni che erodono segmenti di produzione dal basso. In quei segmenti possiamo anche continuare a produrre, ma non a guadagnare, perché dobbiamo fare i conti con un sistema di prezzi ormai globalizzato. E se l’ossigeno si chiude dal basso, non resta che rilanciare verso l’alto, altrimenti finiremo per perdere competitività e reddito».