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FONTE: il manifesto
L'Istat rende noti i dati relativi al mese di ottobre. Il governo aspetta la ripresa, i sindacati scalpitano
FRANCESCO PICCIONI
Che si fa quando la produzione industriale cala drasticamente in poco tempo? Si punta ad interventi in grado di invertire la tendenza oppure si giungono le mani e ci si affida alla provvidenza («la ripresa arriverà»)? La domanda è sorta immediatamente davanti ai dati diffusi ieri dall'Istat, relativi al mese di ottobre. Un «bollettino di guerra», l'ha definito a caldo Guglielmo Epifani, che descrive una situazione «peggiore delle attese» (secondo la formula usata dallo studio dell'Isae). E in effetti sono numeri che lasciano poco spazio alle interpretazioni «creative». Ad ottobre 2002 la produzione industriale italiana è calata del 2,1% rispetto allo stesso mese dell'anno scorso. Al netto dai fattori stagionali il calo è dello 0,9%. Ma il dato che raggela ogni tentazione di letture allegre è quello della «produzione media giornaliera», caduta in media del 2% (i giorni lavorativi sono stati 23, come nell'ottobre 2001). E' il secondo calo mensile consecutivo, ma di dimensioni tali da pregiudicare definitivamente la speranza di chiudere l'anno almeno «in pareggio» rispeto al precedente. Nei primi dieci mesi del 2002, infatti, il calo è del 2,6%, e non sembra proprio che novembre e dicembre - pieni, oltretutto, di giornate di sciopero - potranno cambiare in meglio il risultato. Anzi.
Più chiara ancora è la responsabilità delle imprese in questo «declino industriale». L'indice dei beni di investimento registra infatti un calo di ben 4,8 punti percentuali (come risultato di un -4% per macchine e apparecchi, -5,5 per i mezzi di trasporto e -6,8% per altri mezzzi di investimento); e sembra davvero difficile che si possa «crescere» senza investimenti. Tra i tanti dati negativi spicca però quel -15,8% nella produzione di «beni semidurevoli» (come i piccoli elettrodomestici - tostapane, Phone, ecc) che costituisce da sempre una quota rilevante della produzione nelle medie imprese. Forte anche la caduta nei settori tessili e abbigliamento (-15%) e pelli e calzature (-12,9%), che rappresentano un po' il cuore del «nade in Italy».
Di fronte a questi dati il ministro delle attività produttive, Antonio Merzano, non trova di meglio che dirsi «sconcertato» quando sente parlare di «declino industriale e di un'italietta che stenta a cambiare». Secondo lui, infatti, «la ripresa ci sarà», perché «non c'è mai stato un caso in cui un ciclo negativo è durato senza limite». Vero, si può concedere. Ma tra un ciclo negativo di sei mesi e uno di dieci anni (come dopo la «grande crisi» del `29) un certa differenza c'è. E oggi navighiamo in acque megative da quasi tre anni, ormai; qualche domanda dovrebbero cominciare a porsela anche i meno critici del neoliberalismo «duro e puro». Invece niente. Al massimo Marzano concede la ripresa non è proprio dietro l'angolo («credo non prima di settembre-ottobre 2003», ossia tra un altro anno). Ma se la si pensa in questo modo è evidente che - per il governo - non c'è nulla da fare, nessuna iniziativa da prendere; basta «attendere» che il mercato faccia il suo corso.
Al contrario, anche i sindacalisti più inclini al «dialogo» conquesto governo cominciano a innervosisrsi. Il cislino Pier Paolo Baretta, segretario confederale, si è rassegnato a pensare che «il 2003 sarà un anno difficile», ma pensa che «sia necessario che il governo riveda le sue strategie, senza affidarsi a soluzioni congiunturali come i condoni». Più decisa Carla Cantone, della segreteria nazionale della Cgil: «purtroppo il declino che avevamo denunciato nei mesi scorsi continua a causa dell'incapacità del sistema delle imprese, che non investono nella ricerca e anche del governo che non mette a disposizione nulla». Del resto, cosa si vuol chiedere a chi sta lì solo per dire che «ha fede nel mercato»?
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