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Inserito 17/09/2003 13.08.40


 Qualità e design, la ricetta anticrisi dei distretti
 
FONTE: www.larepubblica.it

Settemila aziende calzaturiere, buona parte delle quali concentrate in poche aree territoriali: Marche con 2.359 imprese, Toscana con 1.600 aziende e Veneto con 1.150. A fare la radiografia delle Marche è Tullio Nembro di "Calzature Mare", in provincia di Macerata, e vicepresidente dell’Anci: «Con il 42 per cento del prodotto nazionale siamo il centro dell’industria calzaturiera italiana. Qui si trovano i più grandi depositi di pellami, il maggior numero di fabbriche per tacchi, oltre al fatto che abbiamo sviluppato le più sofisticate applicazioni che compongono la parte estetica delle scarpe: guarnizioni, decorazioni, ricami. Il problema maggiore è che nelle fasce di prezzo basso subiamo una concorrenza elevata dall’estremo Oriente — Cina e Vietnam (questi ultimi fortissimi nella produzione di scarpe sportive) — e dalla Romania che importa in Italia 80 milioni di paia di scarpe. Uscire dalla crisi non sarà facile. L’innovazione, che nel nostro campo è quella di rinnovare i campionari, richiede investimenti di notevoli quantità che le nostre dimensioni — le aziende mediamente non superano le dieci unità — non ci permettono. E d’altra parte per essere competitivi bisogna poter offrire il servizio oltre che il prodotto: assistere e indirizzare la clientela prima e dopo la vendita, migliorare l’immagine del marchio. Abbiamo perfino difficoltà a reperire manodopera per lavori come il ricamo e le cuciture». Anche in Veneto la crisi congiunturale ha fatto registrare una battuta d’arresto. «Il distretto di Verona è un punto di riferimento significativo per i paesi del nord Europa, in particolare Paesi bassi, Germania e Inghilterra — spiega Renzo D’Arcano, titolare del calzaturificio "Frau" con sede a San Giovanni Ilarione, in provincia di Verona — ma caduta del potere di acquisto e crisi economica hanno determinato una forte calo dei consumi. Certamente siamo ad una flessione non inferiore al dieci per cento. Attualmente il fatturato annuo del distretto di Verona è pari a duemila miliardi delle vecchie lire con il 70 per cento di esportazione. Subiamo la concorrenza dei mercati emergenti — Romania, India, Cina — che hanno prezzi decisamente bassi. E vogliamo parlare della delocalizzazione? Più d’uno ha aperto la fabbrica in Romania dove la manodopera costa otto, dieci volte meno che in Italia. Noi rappresentiamo in modo significativo l’azienda piccola, cresciuta senza sovvenzioni e per vocazione dei singoli. Puntiamo sulle scarpe sportive e classiche, con una qualità medioalta e cerchiamo di valorizzare al massimo le caratteristiche del prodotto italiano — design, esecuzione e costruzione delle calzature — qualità dei pellami e della distribuzione. Vendiamo un prodotto, non il prezzo del prodotto». La storia del distretto VigevanoLomellina ha origini ben lontane. «Le prime attività risalgono ai primi del Novecento quando questa zona era la capostipite dell’industria calzaturiera italiana — racconta Massimo Martinoli, amministratore unico di "Caimar" — Un sistema che ha patito non poche crisi, che è andato affievolendosi fino a perdere terreno a favore di altri centri come Veneto e Marche. Qui si producono scarpe di alta, altissima qualità, c’è molta attenzione alle caratteristiche artigianali, al tipo di lavorazione. E’ da noi che ha sede il Cimac, un centro tecnologico riconosciuto a livello internazionale per la ricerca e la certificazione calzaturiera; inoltre c’è stata una forte evoluzione delle macchine per calzature tanto da aver fatto di Vigevano un centro di riferimento mondiale. Non è certamente un periodo brillante anche perché, come altri, puntiamo sull’esportazione che è pari al 7080 per cento. Forse qui c’è una reazione meno violenta che altrove in quanto c’è già stata già in passato una forte selezione. Ci sono singole aziende che vanno molto bene perché hanno fatto scelte di prodotto azzeccate o si sono sapute infilare in nicchie di mercato; un’uscita di sicurezza per molte imprese sono state le licenze di produzione con le griffe che stanno dando buone performance». La Puglia vanta il sesto posto per numero di aziende ma il quarto per numero di addetti che è pari a oltre 12mila unità. Il polo produttivo è concentrato a BarlettaTraniMolfetta. «In quest’area sorgono circa 350 aziende per un controvalore di 335 milioni di euro di fatturato annuo — dice Alessandro Porta, di "Jeannot’s" a Molfetta (Bari) e presidente della sezione calzaturieri di Assindustria di Bari — La vicinanza dei tre comuni ne fa un distretto solo sulla carta in quanto riconoscimenti dalla regione non ce ne sono mai stati. La crisi si è fatta sentire: la perdita sull’export si attesta sul sei per cento e anche la cassa integrazione, soprattutto quella ordinaria, ha avuto un balzo in avanti (abbiamo avuto più del 211 per cento rispetto al 2001) mentre quella straordinaria ha registrato un riduzione del 40 per cento. Si può uscire dalla crisi ma certamente spazi per le calzature delle fasce basse non ce ne saranno più. E’ certo che il futuro è per quelle di livello medioalto e dell’antiinfortunistica, dove è richiesto un livello tecnologico più elevato. Per prodotti di qualità ci vogliono persone di qualità. Oggi servono quadri qualificati capaci di occuparsi dell’innovazione di prodotto, della commercializzazione e della produzione. Di recente il nostro distretto ha firmato un protocollo d’intesa con l’Acrib, associazione calzaturiera della Riviera del Brenta che investe su prodotti di alta qualità, per collaborare sia nel trasferimento di know, sia nelle produzioni di calzature di fascia medioalta e alta. Il protocollo di intesa si sta tramutando in un progetto, al quale parteciperanno altre tre regioni, Puglia, Veneto e Calabria, che sottoporremo al ministero per le attività produttive al fine di individuare gli strumenti finanziari e legislativi che consentano un processo di innovazione delle nostre imprese».

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